
Era da tempo che volevo fare questo percorso. Non sapevo bene a cosa andavo incontro, nel senso: se la discesa fosse divertente o meno, oppure solo tecnica e magari non lasciasse spazio al divertimento. Invece è stata al di sopra delle aspettative!
Per questa gita ho chiamato Andrea, il mitico “Campa”, che mi ha accompagnato con il suo magico entusiasmo: «Ehi Ale, ma dove mi porti a morire oggi??». Hahah, il solito burlone!
Spoiler: ci siamo divertiti un botto e la discesa era semplicemente pazzesca! Panorami UFO e WOW, silenzio e contemplazione.
In discesa, invece, urlavo come un pazzo perché mi divertivo come un bambino e non credevo a quello che vedevano i miei occhi!!
Partenza da Cercivento e primo pit stop
Ma torniamo alla nostra storia: ci siamo trovati a Cercivento e, neanche partiti, “Houston, abbiamo un problema: devo fare il cambio cerchi”. Niente, Campa ha un problema alle ruote e in 0,2 secondi fa un pit stop e cambia tutto. Falsa partenza, ma ora che ha sistemato si parte sul serio!
Fa un caldo torrido, persino su in Carnia sembra di stare dentro un forno. Speriamo che, salendo di quota, almeno giri un po’ d’aria fresca. Speriamo, dico io!
La salita verso la fontana del Gjaton
La salita ha una pendenza costante, circa il 10%, forse poco meno. Non è così brutale, anzi. Chiacchierando del più e del meno, ci è passata in men che non si dica. Arriviamo alla fontana del Gjaton: qui pit stop contemplativo e borraccia. Stiamo entrambi bene.
Abbiamo superato due ciclisti con l’e-bike, incredibile ma vero e, spoiler, non saranno gli ultimi…
Dopo un bel tratto ombroso che, per fortuna, ci grazia dalla morsa fastidiosa del sole, comincia la parte alta del percorso su strada forestale.
Impennate e sfida delle canalette
Ovviamente noi non ci siamo risparmiati durante la salita: ogni 3×2 partiva un’impennatina. C’è la sfida “canalette”, che ho inaugurato durante le mie uscite e che consiste nel superare, impennando, tutte le canalette che si incontrano sul percorso. In questo modo si mantiene la tecnica e la si migliora, anziché dimenticarsi come si fa. È molto faticoso, ve lo assicuro, ma il reward tecnico è assicurato!
Mi accorgo che, a distanza di molti anni, hanno sistemato e tirato a lucido la parte alta. Ricordo che era tutto estremamente smosso e faticoso, invece adesso sembra una “strada bianca”. Pazzesco! Si pedala bene e comodamente.




Dal Cuel di Melescheit verso il Monte Tenchia
Arriviamo nei pressi della località Cuel di Melescheit, dove abbiamo assistito ai preparativi di un signorotto di una certa età, che si stava prodigando nel configurare il mezzo per poi spiccare il volo! Dopo una breve chiacchiera, ci auguriamo buona gita vicendevolmente e proseguiamo verso il monte Tenchia.
Superati l’osservatorio e la stazione meteo, ci dirigiamo verso i laghetti dello Zoufplan. Nel mentre, mi accorgo che ci sono altri ciclisti davanti a noi, o meglio “elettriciclisti”, direi, dal profilo delle bici.
Preso dall’entusiasmo della salita, supero tutti, perché volevo godermi il panorama dei laghetti e dell’immensità delle montagne in santa pace.
Passano giusto un paio di minuti e arriva anche Andrea, e io ne approfitto per fare qualche bella foto. Anche Andrea, come fotografo, non si smentisce mai ed è riuscito a rubarmi uno scatto niente male!




I laghetti dello Zoufplan e il sentiero CAI 154
Ormai è fatta: ci manca il tratto rettilineo finale prima di arrivare all’incrocio con il sentiero CAI 154. Però, prima, ci concediamo un altro momento di contemplazione del panorama e dei laghetti dello Zoufplan, e dei giochi di luce e ombre che le nuvole, insieme al forte sole, creavano. Era tutto perfetto!!
Arriviamo al fatidico incrocio con il sentiero CAI 154 e ci compattiamo per un attimo anche con i signori veneti in e-bike, che stavano facendo mente locale sul loro percorso.
Ci chiedono qualche informazione e noi ne approfittiamo per parlare con il loro dronista, incuriositi da tutta quella attrezzatura.
Le prime difficoltà della discesa dal Monte Terzo
Facciamo qualche passo a piedi per capire l’entità della difficoltà che ci attende in discesa, almeno per farci un’idea di quante energie mentali serviranno.
Sembra abbastanza tranquillo, solo che il sentiero è molto stretto e c’è molta vegetazione che “nasconde” le cose, tipo quelle che ti possono far morire male: sassi, radici, ecc.
Quindi preferisco andare un po’ più piano in questo tratto, per evitare di ruzzolare per terra, e Andrea fa lo stesso.
Arriviamo alla selletta sotto e si apre un mondo! Che panorama, ragazzi!!! Si vede persino il Marinelli e buona parte della salita che arriva da Timau. Immersi in un verde pazzesco, con dei canaloni nei quali ti viene voglia di scorrere con l’immaginazione! A dir poco fantastico.
Chiedo ad Andrea come sia messo a energie, se sia in grado e abbia voglia di spingere la bici fino in cima al Monte Terzo. Mi fa capire che è un po’ “cotto”, perché non è abituato a queste uscite. Non fa niente, dico io, sarà per un’altra volta! Così ci sistemiamo l’equipaggiamento e ci prepariamo per l’imminente epica discesa.
Una discesa MTB tra flow, rocce e panorami
Le nostre bici sfrecciano veloci nell’immenso verde, tra le molte rocce, alternando tratti flow ad altri più tecnici.
In poco tempo raggiungiamo una casera abbandonata, o quantomeno sommersa da una coltre di vegetazione allucinante, dove ci sono delle mucche libere al pascolo.
Ci siamo giusto fermati ai bordi di un laghetto e io, per fare una foto, quasi non ci finivo dentro!! Che ridere!



La variante verso gli stavoli Fronchies
Da qui inizia la parte finale della discesa, dove si decide se andare verso la Malga Lavaret oppure scendere per la direttissima. Dati l’orario e la stanchezza di Andrea, ho deciso, per il bene del gruppo, di accorciare la gita e scendere direttamente. Però, nella mappa, avevo adocchiato un sentiero che si ricongiungeva alla vecchia strada romana, che già ben conoscevo.
Abbiamo fatto un ragionamento su come ci si potesse arrivare e niente, non restava che raidare!
Forse l’improvvisazione è stata premiata: abbiamo evitato un pezzo pieno di schianti di alberi e rami che hanno sporcato di molto il sentiero. Rischio di foratura e rottura dei raggi assicurato ad alta velocità.
Abbiamo fatto un tratto molto carino che scendeva verso gli stavoli Fronchies, per poi risalire un pezzettino fino a ricongiungerci con un sentiero che Dio solo sa se ci portava dove doveva portarci.
Un sentiero freeride nascosto nel bosco
Il sentiero si è rivelato BELLISSIMO: solcavi una sorta di cresta in mezzo al bosco, con un fondo spaziale di aghi di pino, sassi, rocce e panettoni di terra! Era il freeride perfetto per saltare, fare sponde e rilasciare la giusta dose di creatività del rider che c’è in te.
Man mano che si scendeva, si faceva sempre più fragoroso e forte il rumore del rio Sgolvais, che scorreva qui sotto.
Addirittura c’era una traccia molto ben battuta che sembrava correrci dentro, ma ci siamo rifiutati di farla perché eravamo a corto di energie e, poi, non era segnata nemmeno nella mappa. Cosa ci aspettava? Un dungeon di LV 99? Un boss di fine livello? O una ravanata micidiale?
Ebbene, lo scopriremo un’altra volta. Mi sono segnato di tornare a verificare questo sentiero.



A tutta velocità lungo il rio Sgolvais
Proseguiamo la discesa a tutta birra, tra curve spondate a full gas e qualche bel salto qua e là, fino a ritrovarci nella parte più bassa del sentiero.
Qui il sentiero e le acque del rio corrono quasi assieme e finalmente si riesce a vedere il rio sottostante. Piccolo, ma bello impetuoso, pieno di cascatine e di un’infinità di sassi!
Il percorso diventa più tecnico per le due ruote: sassoni e curve strette, molto guidate, per via del cambio di terreno.
A un certo punto sbucò di fronte a un ponte e, senza pensarci due volte, ci passo a cannone! Poi mi giro per aspettare Andrea e leggo un cartello poco rassicurante…
Il Bosco Bandito e il rientro a Ramazzaso
Bene, siamo sopravvissuti anche a questo ponte pericolante. Ora non ci rimane che fare il sentiero di Cleuslis, nel Bosco Bandito, che ci porta a Ramazzaso: la chicca finale per tornare alla macchina!
Il sentiero era perfetto. Andrea era così contento che non sapeva cosa dire: stanco, è vero, ma contentissimo. E quindi lo ero anch’io.
Che dire, ci siamo proprio divertiti: una gita memorabile.
Purtroppo niente birra di fine gita, perché era un po’ tardi con i tempi e la famiglia lo attendeva, ma ci siamo promessi che ci saremmo rifatti la prossima volta.
Monte Terzo: una gita MTB memorabile
Un plauso a questo Monte Terzo, al suo panorama mozzafiato, agli scorci indimenticabili nel bosco e alla magnifica discesa che si cela tra le sue sinuose livree boschive.

